Pinta: un invito a bere fatto vetro

La Pinta è con tutta probabilità il bicchiere birrario più utilizzato al mondo. Quali segreti possiede? Scopriamolo assieme!

Vi siete mai chiesti quanto è speciale una Pinta? Non è un bicchiere qualsiasi: è l’icona dei bicchieri da birra. La sua forma è semplice: un tronco di cono ribaltato. Una sagoma lineare, ai limiti della banalità. Eppure è proprio questa (apparente) semplicità il segreto del suo successo. La stessa che ci consente di prenderlo in mano senza pensarci due volte e bere avidamente del suo contenuto in assoluta spensieratezza. Ecco, se dobbiamo dirla tutta è proprio questo il segreto della Pinta: è un invito a bere fatto vetro.

Per i pub la Pinta è una benedizione.

Abbiamo avuto modo di parlare di un bicchiere da degustazione, il TeKu. Con la Pinta cambiamo decisamente registro: è un bicchiere da consumo spassionato. Non per nulla è la tipologia di bicchiere più utilizzata nei locali ristorativi, pub soprattutto. La sua forza (letteralmente) è lo spessore del vetro, che svolge due funzioni: preserva il contenuto dal precoce riscaldamento e rende la sua struttura solida, perfetta per un locale – il pub – dove i bicchieri sono maneggiati con la stessa grazia di un elefante in una cristalliera. Aggiungete che è pratica e impilabile e il gioco è fatto. I camerieri ringraziano.

La Pinta va bene per la degustazione? Nì.

Lo spessore del vetro la rende un bicchiere adatto a birre che devono essere apprezzate in freschezza ma che comunque non necessitano di cure particolari o di un servizio maniacale. E’ perfetta per il servizio di birre straluppolate, ovvero IPA, APA, A-IPA e loro varianti. Insomma, va bene parlare di bicchiere da degustazione se ci limitiamo a questi stili. Per tutti gli altri la sua silhouette “grezza” non è proprio adatta.

In origine la Pinta era una misura.

Il termine ‘pinta’ non è sempre stato inteso per come lo conosciamo oggi. In passato, infatti, era un’unità di misura per liquidi, particolarmente utilizzata in America e Regno Unito. In ambedue i casi si trattava di una proporzione precisa, ovvero 1/8 di gallone per ciascuno dei due sistemi di misura. Non per nulla la sua etimologia sembra originare dal latino ‘picta’ (dipinto, segno), utilizzato per indicare la caratteristica linea riportata sul lato del bicchiere.

A dare vita alla Pinta fu un bartender.

Si potrebbe pensare che bicchiere e birra abbiano gli stessi genitori. Non è così. A dare i natali alla pinta ci hanno pensato i bartender. Sì, proprio loro, coloro i quali preparano cocktail. Forse non l’avete notato ma la Pinta è identica allo shaker, della quale costituisce la variante in vetro. La Pinta, infatti, è nata per soddisfare esigenze commerciali, per supportare un consumo spiccio e non particolarmente pretestuoso. E’ grazie ai consumi che, proprio come il TeKu, è diventato un bicchiere standard.

Tutto rose e fiori ma la Pinta ha poco da dormire sonni tranquilli.

Oggi il suo impiego come bicchiere per birra è sempre più in discussione. Perlomeno nella misura capillare con la quale viene impiegata. Specificità degli stili, ricercatezza del consumo, esigenze di marketing, standardizzazione versus differenziazione. Sono questi i fattori che si danno battaglia per decretare il futuro del consumo di birra artigianale. I pronostici danno per favorita la vittoria di nuovi ed esclusivi modelli di bicchiere, progettati specificamente per singoli stili birrari. Ma si sa, la palla è rotonda e i pronostici non sempre ci azzeccano. Non bisogna sottovalutare l’aspetto affettivo: la Pinta, nel bene e nel male, ha rappresentato tanto per la birra artigianale, in Italia e nel mondo.

Sui versanti opposti vi sono fruibilità ed esigenza di una maggiore specificità tipologica. E’ su questa linea sottile che si gioca il futuro della Pinta per come la conosciamo: il bicchiere da pub per eccellenza.

A voi piace la Pinta? pensate che possa essere soppiantata da un altro bicchiere?


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