Birre di Natale: il regalo più bello di tutti

Kerstbier, Christmas Beer, Winter Warmer, Bière de Nöel, Weihnacht. Chiamatele come volete: le birre di Natale sono sempre una festa!

Sapevate che esistono le birre di Natale? Santa Claus e i suoi folletti ne fanno incetta una volta rientrati in Lapponia dopo il tour de force alla consegna di regali ai bambini di tutto il mondo. Riconoscerle è facile: le birre di Natale sono birre massicce, di gradazione alcolica spesso a doppia cifra. Qualcosa da “sole” 500 kcal in appena 33 cielle. Un vero panettone liquido, insomma. Ma a Natale siamo tutti più buoni, anche la bilancia. E allora va bene ardire. E’ la festa che lo impone.

Non è uno stile, bensì una tradizione.

L’unico riferimento alle birre di Natale come potenziale stile birrario è dato dal Beer Judge Certification Program (BJCP), che ne dà qualche linea guida nella categoria 21B. Recentemente rivista nel 2015 (oggi categoria 30C, dedicata alle Holiday/Winter Beer) viene descritta come una birra di colorazione ambrata o scura, rotonda e maltosa, prevalentemente dolce e alcolica e tanto, tanto speziata. La cosa strana è che lo stesso BJCP contravviene alle sue regole, indicando tra gli esempi birre che di fatto sono prodotte senza spezie. Questo conferma che le birre di Natale non sono uno stile nel vero senso della parola quanto piuttosto una tradizione stagionale. Le birre di Natale nascono per essere regalate.

Le birre di Natale sono un dono dei Vichinghi.

Le birre di Natale mettono radici in un remoto passato e in un lontano territorio. In Norvegia, terra dei barbuti Vichinghi, che festeggiavano lo Jul (‘Natale’ in lingua danese). Durante tale occasione venivano consumate le birre di Natale (Julebryg, Juleøl o Julöl ), offerte in dono alle loro divinità (Odino, Freyr, Njord). La birra era un tassello fondamentale della cultura scandinava, al punto che Re Haakon I Haraldsson “il buono” (920-961 d.C.) ne obbliga la produzione a tutti i proprietari di casa. Contravvenire a tale legge significava incorrere in una multa e, nella peggiore delle ipotesi, nella confisca della proprietà.

A partire dal 18esimo secolo le birre di Natale diventano un fatto europeo.

Dalla Scandinavia le birre natalizie scendono in Inghilterra, terra di conquista delle popolazioni Vichinghe. La lingua scandinava non si masticava molto bene ed è per questo che la Julöl diventa Yule Ale. Qui le birre di Natale erano prodotte senza spezie ed erano apprezzate soprattutto per il loro potere termoregolatore. Non per nulla un loro tratto tipico è il calore etilico. Forse il più suggestivo, sicuramente il più velleitario. Per sottolinearne questo aspetto la Yule viene rinominata e diventa il classico Winter Warmer. I sentori sono principalmente legati alla pasticceria natalizia e alla frutta rossa in genere: fichi, melassa, toffee, caramello, uvetta, prugne, frutta secca. Anche in Germania si bevono birre di Natale, chiamate Weihnacht. Sono prodotte a bassa fermentazione e senza spezie, come da scuola brassicola tedesca. Praticamente sono una variante delle classiche Bock e Doppelbock.

Ogni birra natalizia è bella a mamma sua.

Se in Inghilterra e Germania le birre di Natale sono prodotte senza spezie, in Belgio le impiegano spesso e volentieri. Qui le birre si chiamano Kerstbier (da Kerst, ‘Natale’ in lingua olandese). Ma è diffusa anche la nomenclatura francese Bière de Noël. La spezia più comune è la classica buccia d’arancia amara (curaçao). Il miele è un’altra aggiunta frequente. La Lituania hanno le Kvass, bevande fermentate a base di cereali (spesso pane nero) con aggiunta di zucchero e frutta. In Danimarca ci sono le Julebryg mentre in Svezia ci sono le Julmust, birre non alcoliche di colore scuro prodotte con zucchero, luppoli, estratto di malto e spezie. Hanno tutte caratteristiche diverse ma tutte possiedono l’aurea natalizia.

Ma se si parla di spezie sono le americane a farla da padrona.

Qui le birre di Natale si ispirano ai classici dolciumi quali gingerbread (biscotti allo zenzero) e Christmas cookies. Zenzero, noce moscata, cannella, chiodi di garofano le spezie più comuni. E per portare il contenuto alcolico a un livello stellare si aiutano i malti con altri elementi fermentiscibili: melassa, miele, zucchero candito bruno. Erano ampiamente diffuse nel periodo precedente al proibizionismo, sostenute da una pubblicità non indifferente. Ma anche da quelle parti la tradizione ha rischiato di spegnersi. Finché non arrivò un certo Fritz Maytag e lanciò la sua Anchor Our Special Ale (1975). Era la prima birra stagionale del post-preibizionismo ed era prodotta con dituttounpo’: cannella, noce moscata, pimento, aghi di abete rosso e cacao. Questa birra viene prodotta ancora oggi una volta ogni anno. E ogni volta con una mistura di spezie differente la cui composizione è più segreta di quella di un farmaco.

Tra le birre di Natale più moderne c’è l’austriaca Samichlaus.

Nasce nel 1980 e diventa subito famosa come la più alcolica lager al mondo (14% abv). A produrla originariamente era la Hürlimann. Oggi il testimone è passato alla collega austriaca Eggenberg. Questo birrificio continua a produrla una volta all’anno in data 6 Dicembre (giorno di San Nicola). Molti conoscono la birra. Pochi però sanno che dopo la sua temporanea scomparsa (1996) fu lo scrittore birrario Michael Jackson a riportarla in vita.

Non importano colore, sapore e odore, né tanto meno contenuto alcolico o spezie. Quello che le contraddistingue dalle altre birre è che si tratta di doni. E le birre di Natale sono il regalo più bello di tutti.


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