Birra artigianale e birra industriale: 7 differenze. Prima parte

Birra artigianale e industriale. Quante differenze riuscite a trovare? Noi ne abbiamo individuate 7.

Oggigiorno sentir parlare di birra artigianale non è più inusuale. L’espressione è (letteralmente) sulla bocca di tutti e tutti sembrano essere consapevoli del suo significato. Ma cos’è questa fantomatica birra artigianale e cosa la rende così diversa dalla comune birra? Ci sono (almeno) 7 differenze. Curiosi di sapere quali sono? Seguiteci per scoprirlo!

Innanzitutto gli ingredienti: acqua, malto, luppolo e lievito.

L’acqua è l’ingrediente più sottovalutato di tutti. Ingiustamente, aggiungiamo. Probabilmente è quello meno accattivante e modaiolo ma non per questo il meno importante. Anzi: rappresenta circa il 90% della birra finita. Ogni acqua ha una composizione di sali e minerali diversa che la rendono più o meno adatta alla produzione di uno specifico stile birrario. La birra artigianale utilizza acqua naturale mentre la grande industria procede al trattamento delle acque, alterandone la composizione a proprio piacimento. Lo scopo è quello di standardizzare il prodotto finale. In questo modo, indipendentemente dal luogo di produzione – le multinazionali producono in tutto il mondo – il risultato sarà sempre lo stesso.

Secondo ingrediente, di bene in malto.

In Italia la birra ha per legge almeno il 60% di malto d’orzo. Fin qui non v’è differenza tra artigianale e industriale. Ma com’è che si dice? Fatta la legge, trovato l’inganno. La differenza nasce dove termina la passione e inizia il business. Per il restante 40% i birrifici industriali utilizzano surrogati (cereali diversi dall’orzo). Il più comune è il mais, nella peggiore delle ipotesi degerminato (precedentemente utilizzato per la produzione di olio), organoletticamente povero e normalmente destinato a foraggio. A essere sinceri anche la birra artigianale prevede l’aggiunta di cereali diversi dall’orzo, maltati o meno. Tuttavia, mentre l’industria ricorre a succedanei solo per ottenere mero risparmio, l’artigianale lo fa per caratterizzare il prodotto. Anche lo stesso malto d’orzo è diverso: l’industria impiega quello prodotto da enormi malterie con cereali di dubbia qualità, provenienti da coltivazioni intensive tramite pesticidi e disserbanti; la birra artigianale utilizza spesso malto d’orzo prodotto localmente, in quantità modeste e maltato presso maltifici selezionati con tutta probabilità esteri (tedeschi in primis).

La “saga degli orrori” prosegue col luppolo.

Sembrerà strano ma del luppolo l’industria fa benissimo a meno. La birra industriale utilizza estratto di luppolo, suo derivato, che facilita le operazioni di conservazione e luppolatura. Ancora una volta la ragione principale risiede nella standardizzazione del prodotto finale. Cosa che non avviene nella birra artigianale, la quale dà vita a un prodotto ogni volta unico.

Il birraio fa il mosto, la birra la fa il lievito.

Nel mondo artigianale il lievito è venerato come se fosse una divinità terrena. Senza il suo tocco “magico” giammai sarebbe possibile dare vita a birre di siffatta ricchezza gustolfattiva. Nell’industria, tuttavia, questo particolarissimo “mastro birraio” ha poco da dire: la birra, qualunque essa sia, utilizza sempre il medesimo ceppo di lievito, ovvero quello che esegue meglio – senza dare problemi – e il più rapidamente possibile il lavoro.

Le differenze tra birra artigianale e industriale sono davvero tante. E’ importante conoscerle per imparare a evitarle. Ne va di mezzo la nostra salute. E anche il nostro portafogli.

Sapevate quali erano le differenze tra birra artigianale e industriale? quali altri elementi distintivi vorreste aggiungere?

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